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Esplorare e animare I suoni del territorio. Laboratori di esplorazione del paesaggio sonoro e di animazione cinematografica. Laboratorio guidato dall’associazione OTTOmani di Forlì, che ha costruito |
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Belgio, 2008 AnimaKIDS h. 10.30
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Questo film d’animazione è molto eleborato tecnicamente, pur utilizzando come base la tecnica del cut-out. Le immagini sono molto curiose e originali. Il pattern è molto semplice, una forma circolare. Ma su questi strani personaggi i movimenti minimi e caricaturali sono valorizzati dall’inserimentofotografico degli occhi degli stessibambini impegnati nell’animazione!L’effetto è molto interessante e ha il sapore della grafica delle avanguardie DADA e surrealiste. Anche la storia è molto dadaista, una macchina che per emettere suoni deve essere alimentata da questo stravagante “popolo del suono”. |
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Polonia, 2009 animaKIDS animAZIONE03
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Non bisogna lasciarsi ingannare dallo stile apparentemente infantile di questo film. In realtà è molto sofisticato, combina il disegno animato con tecniche di animazione elaborate in computer graphic. È il lavoro di Magdalena Osinska, una studentessa della scuola PWSFTviT di Lodz, realizzato con la produzione di uno degli studi d’animazione più grossi d’Europa, lo studio Se-Ma-For. Da una cooperazione tra questo con la britannica BreakThru Films è nato tra l’altro Peter and the Wolf di Suzie Templeton (2006), vincitore del premio Oscar, Academy Award, nel 2008. Radostki racconta una storia sfruttando il potere evocativo dei disegni dei bambini e, partendo da soluzioni apparentemente semplici, ma proprio per questo estremamente creative è in grado di sorprendere anche il pubblico più adulto. |
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USA, 2009 animaKIDS h. 10.30
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Shel and Justin Rasch raccontano nel retroscena del loro film come l’idea della storia sia venuta loro dall’osservazione della somiglianza tra gli animali e i loro padroni. Justin dopo anni di lavoro con la computer grafica si dice insoddisfatto del risultato “dipendente completamente dall’elettricità” che porta ad elaborare una realtà virtuale, effimera e sfuggente. “Vuole sporcarsi le mani”! Così afferma nel blog dedicato al film. Decide allora di realizzare il film con i puppet. “Per ciascun puppet è stato necessario costruire un’armatura, scolpirlo, modellarlo, dipingerlo… Ma tutta la fatica viene dimenticata quando i personaggi, da oggetti inanimati, si vedono magicamente prendere vita, muoversi, respirare… senza che si vedano i fili che li muovono”! Justin abituato al controllo totale della modellazione in 3D si dice sorpreso dalla dimensione spesso istintiva, immediata e istintuale dello Stop Motion. Spesso quello che era previsto dal piano di lavorazione viene sconvolto quando il lavoro è diretto sul set e i puppets sembrano decidere dove vogliano andare e come rapportarsi tra loro e nell’ambiente. “Questo è incredibilmente eccitante e terrificante allo stesso tempo per un animatore che è abituato ad avere il controllo di ogni elemento della performance”. Gerald last day dura circa 10 minuti, ma per realizzarlo ci sono voluti tre anni e la lavorazione ha coinvolto tutta la casa e la famiglia di Justin e Shel Rasch. |
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Film vincitore della sezione Animazione del concorso per ragazzi “Viva i Fumetti 09” promosso dall’Associazione Vivacomix, da Stripburger con il sostegno della Regione Friuli Venezia Giulia. Si tratta di un’attività didattica interna al corso curricolare condotta dall’insegnante di Educazione Artistica, Fulvia Spizzo, con la classe 2h della scuola Marconi di Udine. |
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Maestro nasce da KEDD Animation Studio, un team che si occupa della realizzazione di animazioni sia per la televisione che per il cinema. Il regista Géza M. Tóth è uno dei suoi fondatori. Il film è costruito come un ingranaggio svizzero, e non si usa questa metafora a caso… La qualità del lavoro è altissima e il meccanismo della storia si scopre solo nel finale con un tempismo degno di Hitchcock, tanto è ben costruito il tempo di attesa e sospensione che si svela con divetrito stupore solo alla fine del film. Pur nella sua brevità, 5 minuti, ogni secondo è scandito con precisione assoluta nella scelta delle immagini e in un crescendo che unisce la rotazione dell’inquadratura attorno all’unico soggetto-protagonista e il ritmo, da “orologio”, della colonna sonora. |
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Belgio, 2008 animaKIDS h. 10.30
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L’animazione è in cut-out, si sviluppa combinando le storie di due ragazzi palestinesi sullo sfondo di una città, Betlemme, dove abitano e dove si levano mura di separazione per loro incomprensibili. Le foto e lo svolgersi della vita quotidiana vengono interrotte bruscamente da azioni aggressive che estromettono la gente dalla loro stessa casa e dallecomuni abitudini quotidiane. |
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“Cosa può fare un ragazzino quando un pinguino capita davanti alla sua porta? Cerca di capire da dove viene, di certo per riportarlo lì. Anche se questo significa andare fino al Polo Sud”. Questo scrive nel suo sito l’autore, Oliver Jeffers, del libro omonimo, base del film d’animazione realizzato dal regista Philp Hunt dello “Studio AKA”. L’ispirazione del film è fedele alle illustrazioni orginali. Questa è stata l’intenzione del regista, Philip Hunt che ha cercato che lo spirito del libro restasse inalterato. Interessante il punto di vista che esprime rispetto all’uso delle tecniche e il suo modo di concepirle: “C’è un punto preciso nella computer graphics dove si ha l’opportunità di stratificare e comporre l’immagine finale che può drasticamente influenzare il modo in cui il film sarà letto. Probabilmente quello che voglio fare è far sentire la presenza della mano che ha realizzato la “luce” e la texture delle immagini del film. È proprio il lavoro manuale quello che dà l’immagine finale. È molto simile al momento in cui nel 2D fai emergere la linea artistica e il tracciato del disegno, o nello stop motion, quando, mettendo la luce ad un set inerte lo fai “cantare”… Tutte queste tecniche dal 2D al 3D, hanno un momento in cui si entra in un processo tecnologico, per questo quello che distingue il lavoro conclusivo è il “tocco” che lo rende vivo. In generale il pubblico non fa caso a quese cose, in realtà quello che il pubblico vuole è essere colpito e trasportato”. (In: www. animationmagazing.net” Tuesday, June 30, 2009 Ramin Zahed). |
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Russia, 2006 FilmCULT h. 16.00
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Se ne Il vecchio e il mare abbiamo citato l’impressionismo, per Moya Lyubov la pittura è quella di Renoir, le immagini sono voluttuose come quelle del maestro francese e ben si addicono alla storia di un nascente amore in cui la fantasia trasfigura la realtà. Tanto più che si parla spesso di un innamoramento di un adolescente. Forse noi italiani potremmo citare gli artisti della Scapigliatura lombarda, per quanto distante forse dai riferimenti del regista russo. Le ambientazioni della storia sono quelle popolari, storicamente collocabili all’epoca pre-rivoluzionaria, i personaggi resi un po’ caricaturali, il tono è un saliscendi di stati emotivi, aderenti alla sensibilità adolescenziale del protagonista. La tecnica è ancora quella della pittura su lastra di vetro che sorprende sempre per l’incredibile brillantezza cromatica. Una storia classica raccontata in modo classico. |
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L’ultima parte della trilogia di Kafka è un film basato su una delle storie più cupe dell’autore praghese. È un racconto profondamente emotivo che raccoglie le testimonianze dei profughi della guerra dell’ex-Yugoslavia, in particolare degli abitanti di Sarajevo. Questi racconti si intrecciano alla storia di Kafka unendo i drammi di ieri a quelli del presente. L’atmosfera è carica di dettagli grotteschi, ma l’incubo della guerra si sente reale. |
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Mire Bala Kale Hin è il titolo di una serie di episodi che si ispirano a leggende e favole Rom. Il primo episodio vede protagonista una famiglia Rom in cammino con un carrozzone. La piccola Maruska è stanca così la nonna inizia a raccontarle una storia. Accompagnati dalla voce suadente della nonna, noi seguiamo i loro viaggi dall’India verso il lontano nord. Ma questo che presentiamo è solo il prologo di una lunga avventura. |
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Come spesso capita a realizzare corti d’animazione d’autore sono spesso grafici, con una formazione artistica. Questo è anche il caso di Percorso di Igor Imhoff. Percorso#0008-0209 è l’ultima delle sue produzioni, lo precedono Percorso0007-0308, Percorso#0005-0406 e Path_0a-1406. Anche se non è affatto sottintesa la sequenzialità nella numerazione progressiva dei titoli dei suoi film, è chiaro che esiste una coerenza stilistica tra essi che affiora e si affina nel corso del tempo. Il tempo in realtà sembra essere del tutto assente nello sviluppo delle sue visioni animate che rapiscono per un effetto di incanto caleidoscopico. Non capiamo esattamente dove comincino e dove finiscano. Solo qualche elemento ne costituisce la traccia. Questo effetto di spaesamento è accresciuto dall’uso di una musica altrettanto ipnoica, un carillon che potrebbe suonare senza fine. Per questo film si sono utilizzate diverse tecniche molto sofisticate in termini di elaborazione elettronica, ma con una base “primitiva”: il disegno. Igor Imhoff dà questa definizione al suo film: “Spiegare in poche parole la tecnica è difficile… in pratica si tratta di modelli tridimensionali. Sono disegni scannerizzati e poi animati con più software di animazione, alcuni dei quali fatti ad hoc per trasformare i disegni in modelli complessi poligonali… io direi animazione 3D”. Il fascino del film è notevole e sfuggiamo con difficoltà alla tentazione di rivederlo come un refrain. |
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La scuola di Praga ha un illustre passato alle spalle: la Facoltà di Cinema e Televisione FAMU, parte integrante dell’Accademia di Arti Performative, è stata fondata dopo la seconda Guerra mondiale, nel 1946, ed è una delle più vecchie d’Europa. È membro fondatore di CILECT, di ELIA (European League of Istitutes of Arts), dell’European Association of Cinema and television Schools, del Groupment Européen des Ecoles de Cinéma et de Television. I lavori dei suoi studenti hanno ricevuto numerosi premi ai festival internazionali e spesso sono nate delle co-produzioni. Questa premessa suggerisce come nascano le collaborazioni in una rete europea attiva sul piano formativo e creativo. Homeland è uno di questi risultati. Un’animazione classica a disegni animati di una semplicità disarmante realizzata da Juan de Dios Marfil Atienza. Sono disegni a china evidentemente tracciati su carta da disegno porosa, un tratto a grafite tremolante che racconta una storia surreale appesa a un filo… sul filo di un gomitolo che si dipana nell’impossibile tentative di trattenere una creatura aliena. Questo è quello che cerca di fare l’esile e minuta protagonista la cui casa è letteralmente invasa da un alieno straripante ma l’attaccamento e l’affetto rappresentano la vera patria! Il disegno e la musica seguono lo stesso ritmo e l’autore di fatto è illustratore e compositore: capisce e costruisce il ritmo evidentemente in perfetta contemporaneità. |
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Austria, 2009 animAZIONE03 h. 20.30
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“Granica, Grenze, Border – linea divisoria tra due religioni, due culture – rispettivamente tra l’area a maggioranza Serba e la Croata. Dodici anni dopo la fine del conflitto nella “Repubblica di Serbia Krajina” durante la Guerra yugoslavo-croata (1991-1995), le tracce sono ancora presenti. Le case dilapidate, distrutte – in parte situate proprio nei pressi dei campi minati, o nel mezzo delle vedute di città, in attesa dei loro proprietari – come atto di memoria non intenzionale, per sfuggire l’oblio. I primi abitanti o i loro discendenti/eredi tornano solo pochi alla volta nell’area resa improvvida dalla Guerra yugoslava. Quello che rimane sono villaggi semi abbandonati e città scarsamente abitate nell’interno, fuori dai sentieri battuti, che ancora non sono state recuperate dai tempi della guerra. Filmato a Zitnic, Drnis, Sibenik e Tepljuh (Croazia) nel 2008, nei luoghi attorno all’area del confine temporaneo della internazionalmente non riconosciuta “Repubblica di Serbia Krajina”. Dopo la balvan-revolucija (in quell periodo erano state sollevate delle barricate a formare dei confini per la determinazione di un nuovo stato mai riconosciuto, ndr.), nell’agosto del 1990 quest’area divenne uno dei punti focali della guerra yugoslavocroata del 1991-1995”. Il film di Eni Brandner si concentra sulle inquadrature ravvicinate dei resti di case abbandonate dopo il conflitto dell’ex-Yugoslavia. Sono le case stesse che parlano attraverso i fori dei proiettili, I colpi di piccone, la desolazione dentro e fuori di esse. Sono trattate come fossero corpi morti, scheletri abbandonati, monumenti inconsapevoli di un conflitto che ancora pesa sulla coscienza dell’Europa. |
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Francia, 2006 animAZIONE03 h. 20.30
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Stéphanie Machuret spiega così il suo film: “È stato durante una lezione di danza africana, come se avessi dato un colpetto al mio bambino interiore e muovendomi come un bamboo scosso dal vento che ho avuto l’ispirazione per questa animazione. Riflettevo sulla forza del germoglio resistente agli attacchi del vento che prova continuamente a spezzarlo. Ma il germoglio di bambù resta fortemente radicato nel terreno e si piega con il vento, non si spezza. La musica è un fattore importante in questo film, perché credo sia una parte estremamente importante della nostra vita. Fin dall’inizio dell’umanità la musica l’ha aiutata a superare le sue paure. Il protagonista centrale dell’animazione è una donna anziana che rappresenta la madre terra, è lei che esorcizza il ragazzo cieco con la sua musica. Lei gli mostra che non deve aver paura dell’ignoto, gli insegna che ci sono diverse facce negli elementi naturali, qualche volta possono sembrare negative, mentre sono positive, o viceversa. Alla fine del film è la nonna che, attraverso il potere della musica e della fede, dà fiducia agli abitanti del villaggio, dà loro speranza per il futuro, e li aiuta a capire gli elementi naturali. Il magnifico paesaggio nell’animazione è ispirato alla zona protetta nello Zimbabwe chiamata Matopos”. http://imaginingourselves.imow.org |
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Ungheria, 2009 animAZIONE03 h. 20.30
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Kinga Rofusz presenta il suo ultimo film in animazione A sellö és a halá, realizzato come i precedenti sulla base di un’animazione tradizionale, il disegno animato che è evidentemente una conseguenza della sua inclinazione verso l’illustrazione e la grafica. È curiosa la scelta di un tema fiabesco (il mito della sirena) già presente in un titolo proiettato al Piccolo Festival 2008, il film della giovane autrice tedesca Anna Kalus, Seemannstreue. I due film sono molto diversi ad esempio nella lavorazione più classica del disegno da parte di Kinga Rofusz, là dove era stata utilizzata una tecnica di collage ed elaborazione computerizzata. Anche la fonte d’ispirazione è diversa: in questo caso la sirena è una specie di miraggio che incanta un marinaio che la cerca tra i flutti dove viene inghiottito e poi salvato; il film di Anna Kalus aveva uno sfondo necrofilo (il marinaio invaghito della bella sirena, continua a seguirla anche dopo la sua morte, rapito per sempre). |
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Il film ha come soggetto un eccentrico collezionista di teste. Michele Bernardi ce lo presenta in forma di romanzo: “Ho cominciato da bambino, così come si fa con gli insetti, le farfalle o i francobolli. Le raccoglievo nei giardini pubblici abbandonate nell’indifferenza, in chiesa, dove cantavo nel coro, dopo che i devoti erano tornati alle loro faccende, le trovavo nella solitudine dei magazzini tra l’odore della trielina e della lana, nei bar e nei cortili delle villette a schiera. Poi mi mettevo a schedarle una per una, non per il colore, la provenienza, il sesso o l’età, ma per gli stati d’animo in cui erano state lasciate: ansia, indifferenza, paura, tante teste della solitudine. Quarant’anni a raccogliere teste, di bambini soli o viziati, impiegati distratti, mariti indifferenti e mogli stanche, preti ed eretici. Tutti, ma proprio tutti portavano in faccia lo stesso ghigno di tristezza. E nessuno mai ha reclamato indietro la propria testa”. Il lavoro di Michele Bernardi, che spesso collabora con Davide Toffolo e il suo gruppo musicale, i Tre Allegri Ragazzi Morti. |
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Già nella serie dei brevi episodi di circa un minuto di Teat Beat of Sex, Signe Bauman affrontava temi legati alla sessualità, il primo bacio, il primo incontro, la gelosia… raccontati dal punto di vista femminile. Ma nel caso di Birth e di Amina, la protagonista, la storia è più intima e anche più centrata sulla psicologia femminile. Le aspettative, le angosce, ma anche i pensieri romantici di un’adolescente sono visualizzati con una serie di immagini che traslano la realtà, ma che allo stesso tempo sono terribilmente reali. L’autrice ci parla con un linguaggio molto diretto concretizzando nella visione animata i rapidi passaggi d’umore della ragazzina e della sua relazione con la madre, con la zia e alla fine con se stessa. |
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Croazia, 2009 animAZIONE03 h.20.30
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Il film riprende direttamente la storia di Gulliver, ma la attualizza stravolgendo la figura del protagonista, un gigante nella terra di Lilliput, vittima di se stesso e del suo superomismo. Solo alla fine rimasto solo di fronte alla natura, senza sovrastrutture, riesce a muoversi e a ritornare il viaggiatore incantato che è nella storia originale. Scritto nel periodo dell’Illuminismo – è una dimostrazione del riscatto dell’immaginazione sulla razionalità e sul pretestuoso realismo oggettivo della ricerca e della scrittura dei testi geografici e scientifici – I viaggi di Gulliver diventa l’emblema della caduta dei miti di un progresso inseguito a tutti i costi nella favola del film di Zdenko Bašić. La formazione di illustratore e scenografo dell’autore influenza moltissimo la rappresentazione della storia animata eleborata in 3D, con lo stesso stile onirico e decadente. La scuola di animazione di Zagabria con la sua lunga tradizione vede mantenuti alti gli standard di produzione anche in questo film diretto da un giovane regista. Come lui stesso riconosce nell’intervista a Dvenik Kulturni Info del 5 giugno 2009, sono stati fondamentali i suoi studi e la sua passione per il Teatro di Figura, altro elemento imprescindibile per la cultura figurativa dell’animazione dei Paesi dell’Est europeo. |
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Mary e Max vivono ai due lati opposti del mondo. Lei è una bambina australiana, timida, imbranata e con una madre alcolizzata, lui un ebreo quarantenne di New York, obeso e paranoico. In Australia ci sono i colori, in America è tutto in bianco e nero. Un giorno la piccola Mary apre a caso l'elenco telefonico di New York, copia un indirizzo e scrive una lettera. Max risponde: i due diventano amici di penna legati dalla passione per la cioccolata e i disegni animati. Ricco di humour nero e poesia. Tra Woody Allen e Tim Burton. |







































